Editori alla sfida finale - Intervento di Guido Scorza
Editori alla sfida finale - Intervento di Guido Scorza
Editori alla sfida finale
È scontro aperto contro Google e AI generativa. In gioco c'è la sostenibilità dei giornali ma anche il destino dell'opinione pubblica globale. Che rischia di appiattirsi su un pensiero manipolabile da pochi
La Independent Publishers Alliance, un’associazione di editori indipendenti di giornali, ha presentato una denuncia alla Commissione europea puntando l’indice contro Google e in particolare contro il suo servizio OverviewAI che offre, a chi interroga il motore di ricerca più popolare del mondo, non più un elenco di link a una serie di possibili fonti – incluse le pagine dei giornali – nelle quali cercare una risposta, ma una prima possibile risposta sintetica capace, se non sempre spesso, di soddisfare ogni curiosità informativa. Risultato, a differenza di ieri, gli utenti del motore di ricerca potrebbero fermarsi li, sulle pagine dei risultati della ricerca di Google e non proseguire la navigazione fino ad approdare alle pagine degli editori, con la conseguenza che il valore commerciale di queste ultime, sostiene l’associazione nella denuncia alla Commissione Ue, sarebbe condannato a crollare secondo una formula quasi aritmetica: meno lettori, meno dati raccolti a fini di profilazione commerciale, meno investitori pubblicitari.
Analisi, forse tardiva, ma lucida.E, almeno secondo la Indipendent Publishers Alliance, saremmo davanti a una fattispecie evidente di concorrenza sleale parassitaria perché Google, dopo aver usato – e, continuando a usare – i contenuti pubblicati dagli editori in tutto il mondo per addestrare i propri algoritmi di intelligenza artificiale generativa per produrre contenuti come quelli protagonisti del servizio OverviewAI senza chiedere permesso a nessuno e senza pagare nessun prezzo, oggi, userebbe la conoscenza così accumulata – da tutte le pagine dei giornali che indicizza – per fornire, a valle, un servizio editoriale sostanzialmente fungibile con quello fornito dai giornali e capace di soddisfare, se non sempre spesso, lo stesso pubblico.
Certo non è detto che un utente di Google, potenziale lettore di giornali, trovi e troverà sempre la risposta che cerca nel semplice, breve, riassunto propostogli da OverviewAI ma andrà, sempre più di frequente, così, in maniera proporzionale alla crescita – certa – della capacità di OverviewAI di intercettare il reale interesse dell’utente e di soddisfare le sue curiosità: si parla di uno dei soggetti commerciali che conosce meglio di tutti l’intera umanità.
Ma ci sono oggi e resteranno domani casi nei quali l’utente del motore di ricerca, non troverà quello che cerca nel riassunto generato artificialmente da OverviewAI e continuerà la navigazione verso le pagine dei giornali pubblicati dagli editori come accade oggi. E, però, questo sembra più un fatto quantitativo capace di incidere sul dimensionamento del fenomeno e delle conseguenze del nuovo servizio di Google che sulle sue dinamiche. L’impoverimento del valore delle pagine degli editori sembra scontato. Potremmo essere alla vigilia di un altro duro colpo alla sostenibilità delle imprese editoriali di informazione online.
Che poi si tratti di una conseguenza naturale del progresso tecnologico, di errori strategici e di visione commessi dagli editori, di un comportamento scorretto e, magari, anticoncorrenziale di Google è presto per dirlo. Tuttavia bisogna resistere a chi sostiene che si tratti di un film già visto e di una storia già vissuta oltre quindici anni fa quando gli stessi editori rimproveravano a Google di aver sviluppato il proprio motore di ricerca e il proprio business sulle loro spalle e sfruttando i loro contenuti senza permesso e, ancora una volta, senza pagare alcun prezzo come, normalmente, avviene in una catena di produzione corretta. Ieri, infatti, benché fosse incontestabile che Google approfittasse dei contenuti editoriali, era evidente che, nel farlo, apriva le pagine degli editori di giornali a un pubblico che gli editori da soli non avrebbero raggiunto e, quindi, in qualche modo, a forme di redistribuzione, ancorché sperequata, della ricchezza generata. Oggi non è così o, sarà così, solo in numero sempre più modesto di casi, quando cioè l’utente di Google non essendo soddisfatto dalla risposta sintetica di OverviewAI, proseguirà la navigazione, come fa oggi, divenendo poi un lettore di giornali. È molto diverso. Ma si sbaglierebbe allo stesso modo a concentrarsi sulla specifica vicenda della Indipendent Publishers Alliance contro Google perché si tratta, semplicemente, dell’inizio di una battaglia giudiziaria – non la prima e non l’ultima – in una sfida enormemente più grande, verosimilmente la sfida finale del mercato e del sistema dell’informazione globale.
Il problema non è Google e il suo OverviewAI ma il fatto che il mondo intero, dall’esplosione del fenomeno ChatGPT, lanciato dalla OpenAI di Sam Altman, in avanti ha iniziato a informarsi e si informerà sempre di più attraverso nuovi servizi di intermediazione diversamente intelligente che anziché limitarsi a catalogare informazione e mettere a disposizione degli utenti i link a una pluralità di fonti, producono informazione sempre più raffinata e sempre più capace di intercettare e soddisfare i bisogni informativi, sempre più modesti, dell’intera umanità. E si tratta di un trend che gioca sulla nota pigrizia del cervello umano: perché andare alla ricerca del link e della fonte giusti, perché leggersi uno o più articoli se si trova la risposta che si cerca, prima e con minor sforzo in un riassunto?
Ma se le cose stanno così, allora, non si discute solo della sostenibilità delle imprese editoriali ma anche del destino dell’informazione sotto, almeno, due profili diversi. Il primo è quello del pluralismo, forse il più prezioso e indispensabile, in termini democratici, tra gli attributi di un’informazione di qualità: perché se i più si informeranno attraverso i contenuti generati dalle grandi fabbriche di algoritmi e in pochi attraverso le pagine dei tanti giornali diversi pubblicati in tutto il mondo, l’opinione pubblica globale rischia di appiattirsi nella direzione di un pensiero unico e, soprattutto – ed è il rischio più grande – di diventare manipolabile, da pochi, in maniera sempre più facile.
Questo con i motori di ricerca di ieri non accadeva, perché al contrario schiudevano al mondo un panorama informativo più ampio di quello accessibile in passato sebbene con le inevitabili distorsioni figlie di algoritmi che, in una manciata di anni, erano comunque diventati capaci di dettare la dieta mediatica globale, scegliendo al posto nostro, cosa farci leggere e cosa no. È un rischio enorme, democraticamente difficile da sostenere con le regole oggi in vigore.
Il secondo riguarda il tema della responsabilità da disinformazione o cattiva informazione. Ieri la linea di confine era netta: l’editore di giornali rispondeva delle conseguenze della pubblicazione di un contenuto errato, diffamatorio o, comunque, lesivo della dignità, reputazione o di qualsiasi altro diritto, il motore di ricerca, il social network, gli altri intermediari no, perché, si diceva, si limitavano a veicolare informazione prodotta da terzi.
Ma ora cambia tutto o, almeno, dovrebbe. Quando Google OverviewAI genera un riassunto capace di soddisfare il bisogno informativo di miliardi persone o quando ChatGPT fa altrettanto rispondendo alla domanda di un utente, le imprese che forniscono i servizi, producono nuova informazione, nulla significando la circostanza che lo fanno partendo da informazioni prodotte da editori e da terzi. La sintesi è, infatti, rielaborazione creativa.
Delle due l’una, quindi: o li chiamiamo e chiameremo a rispondere come fossero anche loro editori o si apre un baratro nei principi generali della responsabilità che il mondo non può sostenere. Siamo spettatori della sfida finale nell’universo dell’informazione globale, dobbiamo divenirne protagonisti, governandola con tutti gli strumenti tecnologici, commerciali e regolamentari disponibili prima che sia troppo tardi.
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