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Morire a quindici anni tra bullismo e revenge porn: abbiamo fallito - Intervento di Guido Scorza
Morire a quindici anni tra bullismo e revenge porn: abbiamo fallito
Intervento di Guido Scorza, componente del Garante per la protezione dei dati personali
(HuffPost, 8 novembre 2024)
Un’altra ragazzina morta suicida a soli quindici anni per ragioni ancora da accertare, ma che appaiono legate a episodi di bullismo e revenge porn dei quali potrebbero esser stati responsabili altri ragazzini. Un altro nome che si aggiunge a un elenco già lunghissimo e che viene da lontano nel tempo. Abbiamo fallito e continuiamo a fallire, da adulti, da decisori pubblici, regolatori e istituzioni e dobbiamo dircelo senza farci sconti e senza cercare nessuna forma di assoluzione. Non abbiamo fatto abbastanza, non stiamo facendo abbastanza per proteggere i più piccoli nella dimensione fisica e in quella digitale della loro esistenza. Dobbiamo chiedere scusa ai familiari delle vittime consapevoli che le scuse servono a poco e, soprattutto, ai bambini e agli adolescenti dai quali tanto spesso le pretendiamo.
Ma soprattutto dobbiamo prendere atto che siamo davanti a un’autentica emergenza.
Dobbiamo mettere da parte ogni altra questione e concentrarci tutti sullo stesso obiettivo: capire cosa non funziona – perché è evidente che qualcosa non funziona – nel sistema integrato di educazione e protezione che dovrebbe garantire ai più giovani il più elementare e fondamentale di tutti i diritti ovvero quello di vivere la loro età al riparo da violenze che arrivano da loro pari e che si consumano in luoghi fisici e digitali nei quali dovrebbero poter vivere sereni.
Non si può morire a quindici anni perché un compagno o una compagna di scuola condivide in una chat immagini scattate o registrate per rimanere private o perché un compagno o una compagna di scuola ti indirizzano frasi capaci di annientare la tua autostima e la tua dignità.
Non possiamo rassegnarci e considerarlo ineluttabile e inevitabile.
Non possiamo cercare rifugio nella statistica, nei numeri, nelle fragilità dei singoli, nei casi particolari e eccezionali.
Non possiamo piangere ogni nuova vittima come se si trattasse della prima, parlare per qualche giorno della tragedia e poi ricominciare a correre dietro a priorità diverse.
È evidente che se un ragazzino arriva a spingere un altro ragazzino al suicidio con la violenza delle sue parole o con quella della violazione della sua intimità c’è un enorme problema educativo e culturale che va affrontato.
Girarci attorno serve solo a ritardare l’identificazione della soluzione.
Per quanto sia politicamente scorretto da scrivere, significa che scuola e famiglia stanno fallendo nel loro compito principale.
Non riescono, non riusciamo a educare come dovremmo bambini e adolescenti.
Ma sarebbe ingrato e ingiusto puntare l’indice solo nei loro-nostri confronti: che ci piaccia o non ci piaccia a plasmare il carattere e il modo in cui i nostri figli si rapportano agli altri, non siamo da soli da genitori e non è da sola la scuola.
Dove ieri c’era la televisione, oggi ci sono i social network e una congerie infinita e difficilmente definibile di servizi e piattaforme digitali che propongono modelli e antimodelli culturali da seguire e imitare con la forza e il potere manipolativo degli algoritmi.
È li che i più piccoli, talvolta piccolissimi, trovano ispirazione per i loro comportamenti, e li che fanno loro l’idea che il confine tra il pubblico, il privato e l’intimo sia sottilissimo e possa essere impunemente cancellato e superato ed è li che si convincono erroneamente che la violenza verbale sia meno grave di quella fisica e, in qualche modo, giustificabile se non addirittura normale e naturale.
Perché è li che se non si urla e non si insulta si è spesso condannati all’irrilevanza e altrettanto capita se non si pubblicano immagini e video ammiccanti, sexy e provocatori a prescindere dall’età che si ha e da quanto della sessualità si sia scoperto.
Per carità guai a negare che anche ieri la televisione proponeva analoghi anti-modelli e anti-valori.
E però è innegabile che il nuovo sistema mediatico digitale abbia un impatto enormemente maggiore nel modellare, plasmare e manipolare il modo di essere degli utenti a cominciare, ovviamente, proprio dai più giovani.
Anche questo è un fallimento.
Sia perché non siamo ancora riusciti a tenere i più piccoli lontani da servizi e piattaforme che semplicemente non sono progettati per loro attraverso idonee soluzioni di verifica dell’età, sia perché non abbiamo alcun controllo sugli algoritmi che dettano la linea cultural-educativa e creano i modelli che poi ispirano i più giovani.
E non ci sono solo i ragazzini gratuitamente violenti che aggrediscono altri ragazzini.
Ci sono anche i secondi, le vittime.
E, naturalmente, anche nei loro confronti stiamo fallendo.
Perché che una ragazzina bella, sportiva, capace a scuola e integrata nel tessuto sociale scelga di togliersi la vita nel giardino di casa per la violenza delle parole che le sono entrate nella testa e nell’anima a scuola o per la paura che sue fotografie o filmati nati per restare privati siano finiti nello smartphone di chi non avrebbe dovuto mai vederle, significa, evidentemente, che c’è qualcos’altro che non ha funzionato.
Tanta, troppa fragilità evidentemente diffusa.
Tanto, troppo peso dato a quello che gli altri pensano di noi.
Tanta, troppa convinzione che non vi sia altra soluzione che farla finita, che non ci sia modo di rimediare, che non ci sia nessuno a cui chiedere aiuto, forse che l’immagine digitale sia destinata a marchiare indelebilmente la propria esistenza e segnare il proprio destino.
E qui c’è, probabilmente, ancora un fallimento educativo a scuola e in famiglia.
Ma c’è anche un fallimento di media – vecchi e nuovi – e Istituzioni tutte che, evidentemente, non sono riuscite e continuano a non riuscire a convincere i più giovani della circostanza che soluzioni diverse esistono e che chiedere aiuto – e trovarlo – è possibile.
Quanti sono, per esempio, i più giovani che sanno che se hanno il sospetto – o, a maggior ragione la certezza – che loro contenuti intimi possano esser diffusi online contro il loro volere o, più semplicemente, senza il loro consenso hanno a disposizione strumenti pubblici e privati per difendersi, possono usare servizi come Take it down o chiedere, semplicemente con una mail, aiuto al Garante per la protezione dei dati personali o alla Polizia di Stato?
Quanti sono i giovani che sanno di poter fare la stessa cosa nell’ipotesi nella quale si sentano vittima di bullismo, cyberbullismo o c.d. revenge porn e che, in questi casi, nella loro scuola esiste, per legge, anche un referente al quale rivolgersi?
Quanti sanno che c’è un’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescente e che anche fuori dal perimetro delle Istituzioni ci sono eccellenze italiane come Telefono Azzurro che, da decenni si batte per consegnare a bambini e adolescenti un mondo a loro immagine e somiglianza tra l’altro attraverso un semplice numero di telefono al quale risponde personale straordinariamente specializzato?
Abbiamo fatto abbastanza perché i più giovani sappiano tutto questo, sappiano di non essere soli neppure davanti a quelle che appaiono loro come tragedie insuperabili?
Io non credo.
Eppure basterebbero risorse modestissime per fare tanto ma davvero tanto di più.
Non sarebbe difficile portare questi messaggi letteralmente nello smartphone e nelle classi di tutti i bambini e gli adolescenti del Paese.
E cosa stiamo facendo, ancora prima, per spiegare loro che gli incidenti di percorso, i momenti nei quali si finisce con l’essere travolti dalla violenza verbale ingiustificata e ingiustificabile di qualcuno o con l’essere messi a forme tanto moderne quanto incivili di gogna, purtroppo, possono far parte della vita, ma si superano e ciò che in quell’istante sembra essere per sempre, poi si rivela effimero, volatile e superabile?
Che stiamo facendo per suggerire loro di ridimensionare episodi che nella dimensione fisica e digitale appaiono loro immensi e insuperabili?
Personalmente, ormai da anni, da padre e da componente di un’Autorità che ha tra le sue finalità istituzionali proprio quella di difendere le persone anche rispetto a certe forme di violenza, non c’è morte di bambina, bambino, ragazzino o ragazzina per bullismo, cyberbullismo o revenge porn della quale non mi senta indirettamente responsabile.
È nostro dovere, da adulti, evitare che accada e non riesco a liberarmi della orribile sensazione che non stiamo facendo abbastanza, che questa non sia ancora diventata una priorità per davvero, che si possa fare di più per evitare che l’elenco delle giovani vittime continui ad allungarsi.
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